Dopo più di mezzo secolo, è stata finalmente modificata la disciplina del condominio, non senza una revisione importante rispetto al ruolo e alle attribuzioni dell’amministratore che è – di fatto – l’organo esecutivo del condominio. La particolare attenzione dedicata già all’amministratore è spiegabile nell’ingente numero di persone che svolge di fatto questo tipo di professione più o meno regolarmente: si parla di circa 26.000 amministratori sul territorio nazionale. Questo vero e proprio “popolo” di lavoratori dovrà – alla luce della nuova riforma – soddisfare dei precipui requisiti indispensabili per l’esercizio della professione di amministrazione condominiale. In primis, requisiti legali che soddisfino il godimento dei diritti civili e politici. Chi vuole svolgere la professione di amministratore condominiale non deve aver commesso alcun reato contro la Pubblica amministrazione o contro il patrimonio o reati che comportino reclusione; un amministratore non può esercitare la professione se è mai stato dichiarato fallito dopo essere stato sottoposto ad una procedura concorsuale o se è stato protestato. Fa eccezione il solo caso in cui, qualora sia mai stato sottoposto a misure di prevenzione, sia poi stato riabilitato. Questi requisiti non valgono solo per chi si avvicina per la prima volta alla professione, ma hanno valore anche per quelle figure che già sono state nominate e il cui incarico pertanto, nel caso in cui anche uno solo dei sopracitati requisiti dovesse mancare, decadrebbe automaticamente. Grazie alla riforma è evidente che l’amministratore è dunque chiamato a garantire ai condomini indubbie qualità “morali” che dovrà certificare, allegando all’atto della sua nomina la documentazione che lo provi. L’integrità dell’amministratore non è l’unico aspetto rivisto dalla riforma che si è espressa anche in merito al know-how della materia condominiale, che deve essere solido e comprovato: la nuova figura professionale non può non essere in possesso almeno di un diploma di scuola secondaria e di un certificato di frequenza ad un corso di formazione. Non solo, con la riforma l’amministratore condominiale è chiamato ad aggiornare le proprie conoscenze tramite la partecipazione obbligatoria e periodica a corsi di formazione ad hoc.

Tramite la riforma si è cercato di garantire maggiore tutela ai condomini, rispetto alle azioni dell’amministratore che non potrà essere nominato se non in possesso di un’assicurazione di responsabilità civile professionale. Si “salvano” solo gli amministratori “interni” al condominio o quelli che possono dimostrare di aver svolto l’attività di amministrazione per almeno i tre anni antecedenti all’entrata in vigore della riforma.
Tutti questi requisiti saranno indifferentemente validi sia nel caso di nomina di una persona, sia di una società. Sebbene nella prassi non era insolito avere condomini gestiti da persone giuridiche, e la giurisprudenza avesse più volte ratificato la validità di tali incarichi, la nuova legge chiarisce e legittima una volta per tutte che l’incarico di amministrazione condominiale può essere affidato a società. Tale incarico, e anche questa è una novità, avrà valore per due anni (e non più uno) e si rinnoverà automaticamente, a meno che l’assemblea non ritenga di risolverlo anticipatamente a fronte di una giusta causa.